lunedì 18 agosto 2014

L'HTTPS è un fattore SEO?

Mentre molti di noi italiani sono in ferie, Google lancia novità che faranno discutere la comunità SEO e dei webmaster per molto tempo.
La novità stavolta riguarda il protocollo HTTPS come fattore di posizionamento: un annuncio dato da due “Webmaster Trends Analyst” del team Google sul blog di Google dedicato ai webmaster.
Questo l'estratto chiave del post:
[...] over the past few months we’ve been running tests taking into account whether sites use secure, encrypted connections as a signal in our search ranking algorithms. We've seen positive results, so we're starting to use HTTPS as a ranking signal. For now it's only a very lightweight signal — affecting fewer than 1% of global queries, and carrying less weight than other signals such as high-quality content — while we give webmasters time to switch to HTTPS. But over time, we may decide to strengthen it, because we’d like to encourage all website owners to switch from HTTP to HTTPS to keep everyone safe on the web.

Cosa significa?

Google dice di aver fatto dei test considerando all'interno del suo algoritmo i siti che utilizzano connessioni sicure e crittografate, e di stare iniziando a usare l'HTTPS come un fattore di posizionamento. Al momento si tratta di un fattore meno importante di altri (come, non ci si stanca mai di ripeterlo, i contenuti che devono essere di qualità), ma l'annuncio serve a "incoraggiare" i proprietari di siti web a passare al protocollo HTTPS per garantire una navigazione più sicura agli utenti.

Cos'è il protocollo HTTPS?

HTTPS è l'acronimo di HyperText Transfer Protocol over Secure Socket Layer: cioè un protocollo che aggiunge un livello di sicurezza al protocollo HTTP (il classico sistema per la trasmissione d'informazioni sul web) attraverso un meccanismo di crittografia, basato sullo scambio di certificati tra il browser dell'utente e il server su cui un sito risiede.
Il fine principale del protocollo HTTPS è la sicurezza: grazie al certificato garantito da un'autorità terza possiamo sapere che i dati trasmessi al sito sono crittografati, solo il proprietario del server è in grado di decodificarli e non potranno essere intercettati e/o manomessi per scopi illeciti. Infatti fino ad ora questo tipo di protocollo è stato usato all'interno di siti e-commerce nelle pagine di pagamento, oppure nelle pagine di aree riservate (pensiamo all'home banking). Ma non solo: lo vediamo su Google e sui principali social network.


Per impostare un web server in modo che accetti connessioni di tipo HTTPS, l'amministratore di rete deve creare un certificato digitale, ovvero un documento elettronico che associ l'identità di una persona ad una chiave pubblica. I certificati possono essere creati da chiunque, ma solo quelli rilasciati da alcune autorità terze - dette Certifications Authorities - sono considerati affidabili dai browser. La durata di un certificato è di solito annuale.
Un sito sul cui server è installato un protocollo HTTPS è identificabile facilmente: l'indirizzo inizia con https:// anziché http:// e nel browser compare a sinistra della barra dell'indirizzo il simbolo di un lucchetto che, cliccato, indica quale autorità ha rilasciato il certificato e il livello di sicurezza (in Internet Explorer si trova sulla destra della barra dell'indirizzo).
Il lucchetto può dare altre informazioni, ad esempio se il certificato non è stato rilasciato da un'autorità affidabile oppure se è scaduto.


Quindi devo mettere il "lucchetto" al mio sito per farlo posizionare meglio?

E' difficile immaginare che un sito a carattere prevalentemente informativo o istituzionale (o un blog) abbia bisogno di proteggere i dati che gli utenti inviano attraverso i form di contatto o di garantire attraverso un certificato l'autenticità dei propri contenuti: la mossa di Google appare quantomeno anomala, considerando che spinge ad acquisire un certificato che tutti possono ottenere, non distinguendo di fatto i siti di qualità superiore da quelli di qualità inferiore.
Inoltre non si capisce per quale motivo Google, di fatto un'azienda che fa i suoi interessi, "detti le regole" in questo modo, quando esiste un organismo sovranazionale ed esterno, il Consorzio W3C, creato appositamente per definire gli standard a livello internazionale per quanto riguarda la comunicazione web.
Senza voler arrivare a pensare a un tornaconto economico da parte di Google, il nostro consiglio è di applicare il protocollo HTTPS solo nei casi in cui sia necessario per garantire la sicurezza dei dati degli utenti (soprattutto nel caso di un e-commerce, per trasmettere fiducia nei potenziali clienti), anche perché la procedura richiede interventi di ottimizzazione abbastanza delicati (semplificando molto, per Google i due siti con http e con https risultano due siti distinti, e bisogna adottare degli accorgimenti per evitare che li consideri dei duplicati e di conseguenza li penalizzi).
Per migliorare il posizionamento del proprio sito nei risultati di ricerca, è sicuramente più efficace concentrarsi su un'architettura del sito logica, sulla produzione di contenuti completi, originali e approfonditi e sulla costruzione del brand attraverso i social network. Siamo a disposizione di chiunque voglia ulteriori chiarimenti in merito.

giovedì 24 luglio 2014

Google Adwords: come funziona, pro e contro

Negli ultimi tempi ci è capitato di ricevere diverse richieste da clienti che vogliono provare a fare pubblicità su internet tramite gli annunci a pagamento.
Questa attività tuttavia, se improvvisata, rischia di concludersi in uno spreco di denaro senza dare un effettivo ritorno dell’investimento fatto.




Come funziona la pubblicità pay-per-click su Google


Google è un’azienda e deve mantenersi. La fonte primaria su cui si fonda Google è la pubblicità, cioè gli spazi pubblicitari che mette a disposizione delle aziende a fronte di un pagamento. Pensiamo a Google come a un giornale: la casa editrice che lo realizza non potrebbe mantenersi con i soli proventi derivanti dalla vendita dei singoli giornali, ma la fetta più grossa dei ricavi deriva dagli spazi concessi alle aziende che pagano -  talvolta profumatamente -  per pubblicare i loro annunci per un determinato numero di uscite.

Nel caso della pubblicità online offerta da Google, il meccanismo del pagamento si chiama pay-per-click (abbreviato PPC).
Semplificando molto, “pay per click” significa che il budget giornaliero stabilito viene eroso man mano che gli utenti fanno click sugli annunci che stiamo pubblicando.
Gli annunci possono essere mostrati in diversi spazi sul web:
- possiamo far comparire gli annunci testuali sopra e a fianco dei risultati di ricerca (la cosiddetta “rete di ricerca”), in base a un set di parole chiave associate
- possiamo pubblicare gli annunci testuali e/o grafici all’interno di siti e blog selezionati (si chiama “rete display” e comprende anche le app per smartphone), che mettono a disposizione degli spazi per la pubblicità, in relazione all’argomento trattato.

Il costo che verrà assegnato ai singoli click (cost-per-click) non è  fisso ma dipenderà di volta in volta da diversi fattori:
- Il costo massimo per click che siamo disposti a pagare, cioè il nostro budget.
- La concorrenza: il budget delle altre aziende che stanno investendo sulle stesse parole chiave. Per parole chiave “inflazionate”, il costo per click può arrivare a superare i 5€.
Punteggio di qualità degli annunci, cioè quanto il contenuto degli annunci è coerente con la pagina di destinazione dell’annuncio e con le parole chiave associate (viene assegnato da Google).
Sempre in virtù del punteggio di qualità, sarà determinata il posizionamento del nostro annuncio rispetto agli altri.

Tutto qui?


No, non basta scrivere degli annunci accattivanti – rispettando naturalmente i limiti di caratteri e i requisiti formali imposti da Google stesso - e avere un budget adeguato alle keywords che ci interessano per aumentare le vendite o ricevere richieste di informazioni (non dimentichiamo mai qual è il nostro obiettivo più importante: vendere!).
E’ probabile che il traffico al sito subisca un’impennata in corrispondenza di una campagna, ma se mandiamo gli annunci sulla home page del nostro sito, compiamo un gravissimo errore: se l’utente ha cliccato su un annuncio  dal titolo “orologi da parete”, perché sta cercando un orologio da parete, si aspetta di arrivare su una pagina dedicata agli orologi da parete, non sulla home page del nostro negozio di oggetti di design. Il clic è solo il primo passo: la pagina di atterraggio (in inglese landing page) deve essere non solo coerente con l’annuncio, ma anche veloce nel caricamento ed efficace nello spingere l’utente all’azione, che sia la compilazione di un form per una richiesta di preventivo o l’aggiunta del prodotto al carrello.

Quali sono i vantaggi delle campagne Adwords?


Ne abbiamo individuati 4:
1) Visibilità: Il marchio sponsorizzato ottiene una visibilità in poco tempo, gli utenti si abitueranno a vederlo e penseranno anche che sia “famoso” (aumenta cioè la “brand awareness”, la consapevolezza del marchio).
2) Risposta a un bisogno immediato, ovvero “I want it all / and I want it now”: ricordate i Queen?.  L’utente sta facendo una ricerca perché ha un bisogno da soddisfare “qui e ora”. Se si tratta in particolare di una ricerca transazionale, cioè se lo scopo dell’utente è l’acquisto di un prodotto,possiamo essere visibili nel momento cruciale.
3) Controllo del budget: se impostiamo un certo budget giornaliero, questo mediamente verrà rispettato da Google e sapremo sempre quanto stiamo spendendo.
4) Riscontro immediato: se la campagna è stata impostata correttamente, dovremmo constatare in poco tempo un aumento di telefonate, email ricevute o acquisti sul nostro e-commerce; potremo subito valutarne così l’efficacia.

Il rovescio della medaglia: gli svantaggi di una campagna Adwords


Come tutti gli strumenti, la pubblicità pay-per-click ha anche degli svantaggi.
1) CTR basso: il click-through-rate, ovvero la % di click rispetto alle visualizzazioni dell’annuncio (impression), è molto basso (a volte intorno all’1%). Provate a fare un’indagine sui vostri conoscenti: molte persone vi diranno che per principio non cliccano sugli annunci. Autorevoli ricerche hanno stimato che solo il 12% degli utenti clicca sugli annunci a pagamento. L’88% preferisce cliccare sui risultati organici, cioè ottenuti dal posizionamento stabilito dall’algoritmo del motore di ricerca.
2) Budget elevato: La spesa per le parole chiave, soprattutto se concorrenziali, può essere considerevole. E’ facile immaginare che se una parola chiave “costa” 5€ a click, se il nostro budget giornaliero è di 10€, possiamo pensare di avere al massimo due click al giorno.
3) Risultati limitati nel tempo: i benefici di una campagna – sempre se ben impostata – svaniscono nel momento in cui la disattiviamo, se non è inserita in una strategia di web marketing completa.
4) Va seguita giornalmente: perché il budget deve essere modificato in base alle azioni dei concorrenti, perché le ricerche possono risentire della stagionalità (pensiamo all’esempio dei pacchetti vacanza). In questo può aiutarci Google Trends, che mostra l’andamento delle ricerche nel corso dell’anno in tutto il mondo. Inoltre è consigliabile testare diverse soluzioni di annunci e landing page per determinare quale sia la più efficace.

Quindi, Adwords sì o Adwords no?


Sarebbe sbagliato escludere completamente le campagne Google dalla propria strategia di web marketing. In caso di offerte particolari, stagionalità del prodotto e per sondare il terreno in fase di start-up, può essere uno strumento valido e utile.
Tuttavia è facile intuire che una campagna pubblicitaria su Google (ma lo stesso vale per gli annunci su Facebook, Linkedin o gli altri social network e per gli altri circuiti editoriali) non è un’azione che si può improvvisare grazie a un coupon da 75€ ricevuto in regalo, ma richiede l’assistenza e la consulenza di esperti per:
• lo studio delle parole chiavi più efficaci. A monte di una campagna va fatta un’analisi per capire se un certo servizio o prodotto è cercato dagli utenti, se la competizione nel settore è troppo elevata per il budget a disposizione e regolarsi di conseguenza.
• l’impostazione degli annunci in modo che rispettino le linee guida stabilite da Google e che invoglino i potenziali clienti a cliccare.
• l'impostazione della landing page, perché spinga le persone a lasciare i loro dati o a compiere l'azione che ci interessa.
• l’individuazione dei siti più coerenti su cui fare campagne display.
• l'impostazione del corretto monitoraggio, per capire se le richieste sono arrivate effettivamente dalla campagna e valutare al meglio l'efficacia.

Per consolidare la propria presenza nel tempo, la pubblicità online va poi affiancata ad altre attività di posizionamento naturale sui motori di ricerca, social media e marketing tradizionale che hanno dei costi e possono portare risultati dopo mesi.
Diffidate da chi promette risultati immediati e garantiti, perché la ricetta giusta non esiste: non si può stabilire a priori se una campagna funzionerà perché ogni caso fa storia a sé e chi improvvisa, rischia solo di far arricchire Google.

mercoledì 4 giugno 2014

Notifiche Facebook via sms: come disattivarle?

E' capitato anche a voi di ricevere le notifiche Facebook via sms senza averle attivate?
A giudicare dal portale assistenza di Facebook è un fatto comune: se il cellulare viene spento, capita che all'accensione le notifiche relative a commenti dei nostri amici su una foto o un aggiornamento di stato vengono inviate via sms.
Rispondendo all'sms è possibile commentare o inviare un "like" che verrà pubblicato poi su Facebook.


La ricezione degli sms non comporta alcun costo, mentre viene applicata la tariffa standard del vostro operatore se rispondete all'sms per commentare o mettere un like.
Inoltre abbiamo notato che il link al post oggetto di notifica non si apre direttamente nella app di Facebook, ma nel browser che invita a scaricare la app stessa... Insomma, queste notifiche push sembrano un po' fastidiose, vediamo come disattivarle.

Disattivare le notifiche Facebook dal sito desktop

Se siamo abituati a usare Facebook dal nostro computer e non abbiamo l'app sullo smartphone, possiamo collegarci al sito www.facebook.com e seguire questi passaggi:
  1. Cliccare la "freccina in giù" in alto a destra in qualsiasi pagina di Facebook e selezionare Impostazioni.
  2. Cliccare su Notifiche nella colonna sinistra.
  3. Cliccare su Notifiche push, quindi cliccare su Modifica per attivare o disattivare le notifiche SMS. Si può anche scegliere quali attività si vuole vengano notificate via SMS e quando e come ricevere tali SMS.

Nel nostro caso ci viene richiesto di gestire queste impostazioni dalla app installata sullo smartphone collegato all'account.

Disattivare le notifiche Facebook dalla app per smartphone

Per gestire le notifiche via e-mail e SMS inviate da Facebook, accedere a Impostazioni di notifica:
  1. Tocca Altro (le tre righe in basso a destra nel menu), quindi scorri verso il basso e tocca Impostazioni > Notifiche.
  2. Tocca SMS per attivare o disattivare gli SMS di notifica. Puoi anche scegliere quali attività desideri ti siano notificate via SMS e quando e come ricevere tali SMS.
La procedura è la stessa sia dalla app di Facebook per iPhone sia per la app per Android.

Nel nostro caso, siamo invitati ad attivare il servizio SMS, quindi le notifiche ricevute sembrano probabilmente dovute a un bug...

La soluzione definitiva

Non ci resta che rispondere all'sms ricevuto da Facebook con un laconico "Off" (senza virgolette) e ricevere il messaggio che ci conferma la disattivazione del servizio. Peccato che tra test e disattivazione abbiamo regalato 0,20€ alla compagnia telefonica!

mercoledì 23 aprile 2014

Twitter: il nuovo profilo è disponibile

Da questa mattina Twitter ci permette di attivare la visualizzazione del nuovo layout.
Vediamo insieme le novità:

  • Un’immagine di copertina più grande (1500x500 px le dimensioni consigliate), molto in stile Google+
  • Logo più grande (dimensioni consigliate 400x400 px)
  • Possibilità di fissare un tweet in prima posizione: questo ci sembra molto interessante, si può sfruttare come in Facebook per dare rilievo a una notizia oppure a un “motto” che ci rappresenta. Per farlo basta cliccare sui “3 puntini” sotto il tweet (gli stessi che servono per  incorporare un tweet in un blog o inviarlo via email) e selezionare “Fissa in cima al tuo profilo")
  • I tweet con foto e video sono categorizzati in un tab separato (Twitter nel suo blog li chiama “timeline”: vi ricorda qualcosa?). In questo modo i contenuti visivi acquistano particolare rilevanza e possiamo scegliere di visualizzare solo quelli quando entriamo sul profilo di un contatto.
  • Carattere più grande e maggiore visibilità per i tweet che hanno avuto più interazioni (preferiti e retweet)
  • La “bio” non è più sovrapposta all’immagine di copertina, ma è posizionata in alto a sinistra
  • Le tendenze, che nella versione desktop erano sulla sinistra, ora sono sulla destra.

Un layout di fatto più semplice e organizzato, che accosta Twitter a Facebook o a GooglePlus: probabilmente una scelta obbligata per avvicinare un pubblico che finora è stato meno attratto da Twitter. Infatti i numeri di Twitter non sono decollati come quelli di altri social e quasi la metà degli iscritti non ha mai twittato. Nei nostri corsi sui social network a Bergamo e Brescia abbiamo notato una certa diffidenza verso questo social: sia per la difficoltà a produrre contenuti ridotti a 140 caratteri, sia perché qualunque cosa si scriva è visibile a tutti (non c’è controllo della privacy a meno di non rendere tutto il profilo completamente accessibile solo ad utenti autorizzati), sia perché lo scorrere dei tweet in home page in tempo reale può sembrare difficile da seguire - comunque la home page non viene intaccata dalla nuova grafica.
In realtà da un punto di vista di business, Twitter è vantaggioso perché permette non solo di acquisire informazioni sui competitor, ma di approcciarsi in modo diretto a potenziali partner e clienti. Con il nuovo layout e la preminenza dell'immagine, le aziende che utilizzano Twitter per la promozione e l’interazione con i loro clienti hanno un'ulteriore opportunità.
Va detto infine che le modifiche al layout colpiscono soprattutto la versione desktop e quella tablet del social network, ma la maggior parte degli utenti lo consulta dallo smartphone, per cui il cambiamento non sarà così impattante.

Cosa ne pensate del nostro nuovo profilo Twitter?


venerdì 11 aprile 2014

Sostanza a Let's Synergy per l'internazionalizzazione

Alessandro e Valentina, titolari di Sostanza, sono intervenuti come ospiti speciali alla serata  "Comunicazione innovativa, social network e visibilità oltre il confine" il 10 aprile 2014 all'Urban Center di Bergamo.
La serata si collocava all’interno del percorso formativo per giovani imprenditori “Let's Synergy per l’internazionalizzazione”, promosso dal tavolo di coordinamento dei Gruppi Giovani di Confartigianato Bergamo, Confindustria, Ascom, Ance con la collaborazione dell'Università di Bergamo, rivolto ai giovani imprenditori interessati a farsi conoscere all’estero con le loro imprese.

Sostanza, che già collabora con Confartigianato Bergamo per la formazione su social network ed e-commerce, ha raccolto con piacere l’invito a fornire alcune indicazioni alle imprese per migliorare la loro presenza sul web a livello globale attraverso SEO e social network; il numeroso pubblico presente ha partecipato con interesse e curiosità verso questi temi.


Per le foto della serata, vai alla pagina Facebook di Sostanza.

giovedì 6 marzo 2014

Sostanza® e LiveHelp® sponsor di Bcom 2014

Il 26-27 marzo saremo presenti in qualità di sponsor con uno stand alla fiera Bcom presso il Lingotto Fiere di Torino, per presentare le ultime novità di LiveHelp®, il servizio di live chat per aziende ideato e sviluppato da Alessandro La Ciura (CEO di Sostanza®).



Bcom è un evento di rilevanza nazionale e internazionale dedicato al business matching nei settori del web marketing e dell'e-commerce. L'edizione 2013 ha registrato più di 1000 visitatori; per l'edizione 2014 sono previsti 2000 visitatori tra aziende e buyer provenienti dai settori del turismo, assicurazioni online, e-commerce di abbigliamento e tecnologia.

Oltre alla nostra disponibilità per qualsiasi demo in tempo reale presso il nostro stand, mercoledì 26 alle 16.30 terremo un workshop dal titolo "LiveHelp®: Come aumentare la soddisfazione del cliente con la web chat", rivolto alle aziende che offrono servizi online e possono incrementare le vendite e rendere più efficiente il customer care grazie a una chat di supporto.
Partendo da casi reali, mostreremo le best practices e gli errori da evitare per una web chat di successo, che sia uno strumento win-win per il cliente e per l'azienda.

Vai al sito di LiveHelp per 15 giorni di prova gratuita!

LiveHelp® è lo strumento ideale per le aziende che vogliono vendere online: la presenza di un operatore aziendale in grado di rispondere in chat ai dubbi del cliente durante l'acquisto non solo riduce drasticamente l'abbandono del carrello, ma genera fidelizzazione sicurezza nei clienti, che trovano una persona di riferimento disponibile anche quando non possono usare il telefono oppure non possono attendere i tempi di risposta di una email.
Grazie alle ultime funzionalità sviluppate, LiveHelp®  migliora l'efficienza degli operatori del customer care: il nuovo client HTML5, veloce e stabile grazie alla tecnologia websocket, permette di gestire più conversazioni contemporaneamente in comodi tab, di avere informazioni sull'utente in tempo reale (indirizzo IP, provenienza geografica, pagina da cui è arrivata la richiesta, conversazioni precedenti con lo stesso utente) e di portare avanti altre attività (l'avviso tramite notifiche desktop, compatibile con i browser di ultima generazione, è poco invasivo ed efficace).
Tra le features delle ultime release, la gestione delle "code" utenti con l'impostazione di livelli di priorità tra operatori e numero massimo di chat gestite.
Il tutto con le "classiche" funzioni di condivisione file, trasferimento di chiamata tra operatori e trascrizione della conversazione via email all'utente.

Per la sua flessibilità, nonché per la piena proprietà sul codice da parte di Sostanza®, LiveHelp® si può integrare con i sistemi aziendali e permette di ricavare dati fondamentali sull'efficienza del servizio offerto per delle statistiche avanzate.

Se volete sapere come un nostro cliente ha ridotto le chiamate inbound del 50% grazie a LiveHelp®... venite a trovarci, la partecipazione è gratuita

...Se non potete essere fisicamente presenti, durante la fiera potrete seguirci su Twitter (@Sostanza): vi aggiorneremo in tempo reale con foto e video dell'evento.


lunedì 3 febbraio 2014

10 anni di Facebook: moda o malattia?

Il 4 febbraio 2004 nasceva The Facebook, la prima versione della rete di condivisione di profili creata da Mark Zuckerberg all'interno dell'Universtità di Harvard.
Da allora il social network in blu (si dice che sia stato scelto come colore dominante perché Zuckerberg è daltonico) ne ha fatta di strada: superato il miliardo di iscritti (1 miliardo e 228 milioni di persone), quotato in borsa il 17 maggio 2012, disponibile in 52 lingue e 945 milioni di utenti attivi sugli smartphone.

A cosa è dovuto il successo di Facebook?


Al di là dell'aspetto di "moda" (voglio essere su Facebook perché i miei amici/parenti/conoscenti sono su Facebook), ci sono anche delle motivazioni più profonde secondo noi, che si rifanno al concetto di BISOGNO, così come espresso dallo psicologo americano Abraham Maslow nel 1954.

La piramide dei bisogni di Maslow

Semplificando molto, dopo aver soddisfatto i bisogni primari (nutrirsi, avere un riparo, dormire...), gli esseri umani tanto nella storia evolutiva, quanto nella crescita del singolo, sviluppano dei bisogni di accettazione e appartenenza al "gruppo" a cui Facebook risponde perfettamente. Su Facebook possiamo mantenere i contatti con persone lontane, aggiornare i nostri amici su quello che facciamo, ripercorrere i momenti condivisi insieme, e - perché no - esprimere il nostro apprezzamento nei confronti di prodotti, servizi e stili di vita, rassicurati dal numero dei "mi piace" che le pagine fan riescono a raccogliere.
Un esempio di questo senso di appartenenza sono i gruppi nati proprio in questi giorni per radunare persone che provengono da un paese o città, ("Sei di ----- se...."), veri e propri esempi di "memoria collettiva" in cui persone di diverse generazioni mettono in condivisione i propri ricordi legati alla realtà locale.

Pubblicare un aggiornamento di stato, una foto, un video e raccogliere il consenso delle persone a cui teniamo tramite i "mi piace" o i commenti, accresce la nostra autostima e ci fa sentire più riconosciuti (anche se spesso i contenuti che pubblichiamo nascondono ben altre realtà, come dimostra questo video ironico, "The reality behind that perfect couple on Facebook"):


Alcuni studiosi dell'università di Princeton hanno paragonato Facebook a una malattia e ne hanno previsto addirittura il momento della "guarigione", in cui gli utenti lo abbandoneranno come successe a MySpace, ormai quasi dimenticato: nel 2017 sul social network resteranno pochi fedelissimi, come quando passa l'infezione di una malattia.

Ironica e geniale la risposta di Facebook: basandosi sulla correlazione, anche l'interesse per l'università di Princeton sembra essere in declino...
Voi cosa ne pensate?

[update del 4.02: ecco il messaggio di Mark Zuckerberg e i suoi progetti per i prossimi 10 anni]