giovedì 24 luglio 2014

Google Adwords: come funziona, pro e contro

Negli ultimi tempi ci è capitato di ricevere diverse richieste da clienti che vogliono provare a fare pubblicità su internet tramite gli annunci a pagamento.
Questa attività tuttavia, se improvvisata, rischia di concludersi in uno spreco di denaro senza dare un effettivo ritorno dell’investimento fatto.




Come funziona la pubblicità pay-per-click su Google


Google è un’azienda e deve mantenersi. La fonte primaria su cui si fonda Google è la pubblicità, cioè gli spazi pubblicitari che mette a disposizione delle aziende a fronte di un pagamento. Pensiamo a Google come a un giornale: la casa editrice che lo realizza non potrebbe mantenersi con i soli proventi derivanti dalla vendita dei singoli giornali, ma la fetta più grossa dei ricavi deriva dagli spazi concessi alle aziende che pagano -  talvolta profumatamente -  per pubblicare i loro annunci per un determinato numero di uscite.

Nel caso della pubblicità online offerta da Google, il meccanismo del pagamento si chiama pay-per-click (abbreviato PPC).
Semplificando molto, “pay per click” significa che il budget giornaliero stabilito viene eroso man mano che gli utenti fanno click sugli annunci che stiamo pubblicando.
Gli annunci possono essere mostrati in diversi spazi sul web:
- possiamo far comparire gli annunci testuali sopra e a fianco dei risultati di ricerca (la cosiddetta “rete di ricerca”), in base a un set di parole chiave associate
- possiamo pubblicare gli annunci testuali e/o grafici all’interno di siti e blog selezionati (si chiama “rete display” e comprende anche le app per smartphone), che mettono a disposizione degli spazi per la pubblicità, in relazione all’argomento trattato.

Il costo che verrà assegnato ai singoli click (cost-per-click) non è  fisso ma dipenderà di volta in volta da diversi fattori:
- Il costo massimo per click che siamo disposti a pagare, cioè il nostro budget.
- La concorrenza: il budget delle altre aziende che stanno investendo sulle stesse parole chiave. Per parole chiave “inflazionate”, il costo per click può arrivare a superare i 5€.
Punteggio di qualità degli annunci, cioè quanto il contenuto degli annunci è coerente con la pagina di destinazione dell’annuncio e con le parole chiave associate (viene assegnato da Google).
Sempre in virtù del punteggio di qualità, sarà determinata il posizionamento del nostro annuncio rispetto agli altri.

Tutto qui?


No, non basta scrivere degli annunci accattivanti – rispettando naturalmente i limiti di caratteri e i requisiti formali imposti da Google stesso - e avere un budget adeguato alle keywords che ci interessano per aumentare le vendite o ricevere richieste di informazioni (non dimentichiamo mai qual è il nostro obiettivo più importante: vendere!).
E’ probabile che il traffico al sito subisca un’impennata in corrispondenza di una campagna, ma se mandiamo gli annunci sulla home page del nostro sito, compiamo un gravissimo errore: se l’utente ha cliccato su un annuncio  dal titolo “orologi da parete”, perché sta cercando un orologio da parete, si aspetta di arrivare su una pagina dedicata agli orologi da parete, non sulla home page del nostro negozio di oggetti di design. Il clic è solo il primo passo: la pagina di atterraggio (in inglese landing page) deve essere non solo coerente con l’annuncio, ma anche veloce nel caricamento ed efficace nello spingere l’utente all’azione, che sia la compilazione di un form per una richiesta di preventivo o l’aggiunta del prodotto al carrello.

Quali sono i vantaggi delle campagne Adwords?


Ne abbiamo individuati 4:
1) Visibilità: Il marchio sponsorizzato ottiene una visibilità in poco tempo, gli utenti si abitueranno a vederlo e penseranno anche che sia “famoso” (aumenta cioè la “brand awareness”, la consapevolezza del marchio).
2) Risposta a un bisogno immediato, ovvero “I want it all / and I want it now”: ricordate i Queen?.  L’utente sta facendo una ricerca perché ha un bisogno da soddisfare “qui e ora”. Se si tratta in particolare di una ricerca transazionale, cioè se lo scopo dell’utente è l’acquisto di un prodotto,possiamo essere visibili nel momento cruciale.
3) Controllo del budget: se impostiamo un certo budget giornaliero, questo mediamente verrà rispettato da Google e sapremo sempre quanto stiamo spendendo.
4) Riscontro immediato: se la campagna è stata impostata correttamente, dovremmo constatare in poco tempo un aumento di telefonate, email ricevute o acquisti sul nostro e-commerce; potremo subito valutarne così l’efficacia.

Il rovescio della medaglia: gli svantaggi di una campagna Adwords


Come tutti gli strumenti, la pubblicità pay-per-click ha anche degli svantaggi.
1) CTR basso: il click-through-rate, ovvero la % di click rispetto alle visualizzazioni dell’annuncio (impression), è molto basso (a volte intorno all’1%). Provate a fare un’indagine sui vostri conoscenti: molte persone vi diranno che per principio non cliccano sugli annunci. Autorevoli ricerche hanno stimato che solo il 12% degli utenti clicca sugli annunci a pagamento. L’88% preferisce cliccare sui risultati organici, cioè ottenuti dal posizionamento stabilito dall’algoritmo del motore di ricerca.
2) Budget elevato: La spesa per le parole chiave, soprattutto se concorrenziali, può essere considerevole. E’ facile immaginare che se una parola chiave “costa” 5€ a click, se il nostro budget giornaliero è di 10€, possiamo pensare di avere al massimo due click al giorno.
3) Risultati limitati nel tempo: i benefici di una campagna – sempre se ben impostata – svaniscono nel momento in cui la disattiviamo, se non è inserita in una strategia di web marketing completa.
4) Va seguita giornalmente: perché il budget deve essere modificato in base alle azioni dei concorrenti, perché le ricerche possono risentire della stagionalità (pensiamo all’esempio dei pacchetti vacanza). In questo può aiutarci Google Trends, che mostra l’andamento delle ricerche nel corso dell’anno in tutto il mondo. Inoltre è consigliabile testare diverse soluzioni di annunci e landing page per determinare quale sia la più efficace.

Quindi, Adwords sì o Adwords no?


Sarebbe sbagliato escludere completamente le campagne Google dalla propria strategia di web marketing. In caso di offerte particolari, stagionalità del prodotto e per sondare il terreno in fase di start-up, può essere uno strumento valido e utile.
Tuttavia è facile intuire che una campagna pubblicitaria su Google (ma lo stesso vale per gli annunci su Facebook, Linkedin o gli altri social network e per gli altri circuiti editoriali) non è un’azione che si può improvvisare grazie a un coupon da 75€ ricevuto in regalo, ma richiede l’assistenza e la consulenza di esperti per:
• lo studio delle parole chiavi più efficaci. A monte di una campagna va fatta un’analisi per capire se un certo servizio o prodotto è cercato dagli utenti, se la competizione nel settore è troppo elevata per il budget a disposizione e regolarsi di conseguenza.
• l’impostazione degli annunci in modo che rispettino le linee guida stabilite da Google e che invoglino i potenziali clienti a cliccare.
• l'impostazione della landing page, perché spinga le persone a lasciare i loro dati o a compiere l'azione che ci interessa.
• l’individuazione dei siti più coerenti su cui fare campagne display.
• l'impostazione del corretto monitoraggio, per capire se le richieste sono arrivate effettivamente dalla campagna e valutare al meglio l'efficacia.

Per consolidare la propria presenza nel tempo, la pubblicità online va poi affiancata ad altre attività di posizionamento naturale sui motori di ricerca, social media e marketing tradizionale che hanno dei costi e possono portare risultati dopo mesi.
Diffidate da chi promette risultati immediati e garantiti, perché la ricetta giusta non esiste: non si può stabilire a priori se una campagna funzionerà perché ogni caso fa storia a sé e chi improvvisa, rischia solo di far arricchire Google.

mercoledì 4 giugno 2014

Notifiche Facebook via sms: come disattivarle?

E' capitato anche a voi di ricevere le notifiche Facebook via sms senza averle attivate?
A giudicare dal portale assistenza di Facebook è un fatto comune: se il cellulare viene spento, capita che all'accensione le notifiche relative a commenti dei nostri amici su una foto o un aggiornamento di stato vengono inviate via sms.
Rispondendo all'sms è possibile commentare o inviare un "like" che verrà pubblicato poi su Facebook.


La ricezione degli sms non comporta alcun costo, mentre viene applicata la tariffa standard del vostro operatore se rispondete all'sms per commentare o mettere un like.
Inoltre abbiamo notato che il link al post oggetto di notifica non si apre direttamente nella app di Facebook, ma nel browser che invita a scaricare la app stessa... Insomma, queste notifiche push sembrano un po' fastidiose, vediamo come disattivarle.

Disattivare le notifiche Facebook dal sito desktop

Se siamo abituati a usare Facebook dal nostro computer e non abbiamo l'app sullo smartphone, possiamo collegarci al sito www.facebook.com e seguire questi passaggi:
  1. Cliccare la "freccina in giù" in alto a destra in qualsiasi pagina di Facebook e selezionare Impostazioni.
  2. Cliccare su Notifiche nella colonna sinistra.
  3. Cliccare su Notifiche push, quindi cliccare su Modifica per attivare o disattivare le notifiche SMS. Si può anche scegliere quali attività si vuole vengano notificate via SMS e quando e come ricevere tali SMS.

Nel nostro caso ci viene richiesto di gestire queste impostazioni dalla app installata sullo smartphone collegato all'account.

Disattivare le notifiche Facebook dalla app per smartphone

Per gestire le notifiche via e-mail e SMS inviate da Facebook, accedere a Impostazioni di notifica:
  1. Tocca Altro (le tre righe in basso a destra nel menu), quindi scorri verso il basso e tocca Impostazioni > Notifiche.
  2. Tocca SMS per attivare o disattivare gli SMS di notifica. Puoi anche scegliere quali attività desideri ti siano notificate via SMS e quando e come ricevere tali SMS.
La procedura è la stessa sia dalla app di Facebook per iPhone sia per la app per Android.

Nel nostro caso, siamo invitati ad attivare il servizio SMS, quindi le notifiche ricevute sembrano probabilmente dovute a un bug...

La soluzione definitiva

Non ci resta che rispondere all'sms ricevuto da Facebook con un laconico "Off" (senza virgolette) e ricevere il messaggio che ci conferma la disattivazione del servizio. Peccato che tra test e disattivazione abbiamo regalato 0,20€ alla compagnia telefonica!

mercoledì 23 aprile 2014

Twitter: il nuovo profilo è disponibile

Da questa mattina Twitter ci permette di attivare la visualizzazione del nuovo layout.
Vediamo insieme le novità:

  • Un’immagine di copertina più grande (1500x500 px le dimensioni consigliate), molto in stile Google+
  • Logo più grande (dimensioni consigliate 400x400 px)
  • Possibilità di fissare un tweet in prima posizione: questo ci sembra molto interessante, si può sfruttare come in Facebook per dare rilievo a una notizia oppure a un “motto” che ci rappresenta. Per farlo basta cliccare sui “3 puntini” sotto il tweet (gli stessi che servono per  incorporare un tweet in un blog o inviarlo via email) e selezionare “Fissa in cima al tuo profilo")
  • I tweet con foto e video sono categorizzati in un tab separato (Twitter nel suo blog li chiama “timeline”: vi ricorda qualcosa?). In questo modo i contenuti visivi acquistano particolare rilevanza e possiamo scegliere di visualizzare solo quelli quando entriamo sul profilo di un contatto.
  • Carattere più grande e maggiore visibilità per i tweet che hanno avuto più interazioni (preferiti e retweet)
  • La “bio” non è più sovrapposta all’immagine di copertina, ma è posizionata in alto a sinistra
  • Le tendenze, che nella versione desktop erano sulla sinistra, ora sono sulla destra.

Un layout di fatto più semplice e organizzato, che accosta Twitter a Facebook o a GooglePlus: probabilmente una scelta obbligata per avvicinare un pubblico che finora è stato meno attratto da Twitter. Infatti i numeri di Twitter non sono decollati come quelli di altri social e quasi la metà degli iscritti non ha mai twittato. Nei nostri corsi sui social network a Bergamo e Brescia abbiamo notato una certa diffidenza verso questo social: sia per la difficoltà a produrre contenuti ridotti a 140 caratteri, sia perché qualunque cosa si scriva è visibile a tutti (non c’è controllo della privacy a meno di non rendere tutto il profilo completamente accessibile solo ad utenti autorizzati), sia perché lo scorrere dei tweet in home page in tempo reale può sembrare difficile da seguire - comunque la home page non viene intaccata dalla nuova grafica.
In realtà da un punto di vista di business, Twitter è vantaggioso perché permette non solo di acquisire informazioni sui competitor, ma di approcciarsi in modo diretto a potenziali partner e clienti. Con il nuovo layout e la preminenza dell'immagine, le aziende che utilizzano Twitter per la promozione e l’interazione con i loro clienti hanno un'ulteriore opportunità.
Va detto infine che le modifiche al layout colpiscono soprattutto la versione desktop e quella tablet del social network, ma la maggior parte degli utenti lo consulta dallo smartphone, per cui il cambiamento non sarà così impattante.

Cosa ne pensate del nostro nuovo profilo Twitter?


venerdì 11 aprile 2014

Sostanza a Let's Synergy per l'internazionalizzazione

Alessandro e Valentina, titolari di Sostanza, sono intervenuti come ospiti speciali alla serata  "Comunicazione innovativa, social network e visibilità oltre il confine" il 10 aprile 2014 all'Urban Center di Bergamo.
La serata si collocava all’interno del percorso formativo per giovani imprenditori “Let's Synergy per l’internazionalizzazione”, promosso dal tavolo di coordinamento dei Gruppi Giovani di Confartigianato Bergamo, Confindustria, Ascom, Ance con la collaborazione dell'Università di Bergamo, rivolto ai giovani imprenditori interessati a farsi conoscere all’estero con le loro imprese.

Sostanza, che già collabora con Confartigianato Bergamo per la formazione su social network ed e-commerce, ha raccolto con piacere l’invito a fornire alcune indicazioni alle imprese per migliorare la loro presenza sul web a livello globale attraverso SEO e social network; il numeroso pubblico presente ha partecipato con interesse e curiosità verso questi temi.


Per le foto della serata, vai alla pagina Facebook di Sostanza.

giovedì 6 marzo 2014

Sostanza® e LiveHelp® sponsor di Bcom 2014

Il 26-27 marzo saremo presenti in qualità di sponsor con uno stand alla fiera Bcom presso il Lingotto Fiere di Torino, per presentare le ultime novità di LiveHelp®, il servizio di live chat per aziende ideato e sviluppato da Alessandro La Ciura (CEO di Sostanza®).



Bcom è un evento di rilevanza nazionale e internazionale dedicato al business matching nei settori del web marketing e dell'e-commerce. L'edizione 2013 ha registrato più di 1000 visitatori; per l'edizione 2014 sono previsti 2000 visitatori tra aziende e buyer provenienti dai settori del turismo, assicurazioni online, e-commerce di abbigliamento e tecnologia.

Oltre alla nostra disponibilità per qualsiasi demo in tempo reale presso il nostro stand, mercoledì 26 alle 16.30 terremo un workshop dal titolo "LiveHelp®: Come aumentare la soddisfazione del cliente con la web chat", rivolto alle aziende che offrono servizi online e possono incrementare le vendite e rendere più efficiente il customer care grazie a una chat di supporto.
Partendo da casi reali, mostreremo le best practices e gli errori da evitare per una web chat di successo, che sia uno strumento win-win per il cliente e per l'azienda.

Vai al sito di LiveHelp per 15 giorni di prova gratuita!

LiveHelp® è lo strumento ideale per le aziende che vogliono vendere online: la presenza di un operatore aziendale in grado di rispondere in chat ai dubbi del cliente durante l'acquisto non solo riduce drasticamente l'abbandono del carrello, ma genera fidelizzazione sicurezza nei clienti, che trovano una persona di riferimento disponibile anche quando non possono usare il telefono oppure non possono attendere i tempi di risposta di una email.
Grazie alle ultime funzionalità sviluppate, LiveHelp®  migliora l'efficienza degli operatori del customer care: il nuovo client HTML5, veloce e stabile grazie alla tecnologia websocket, permette di gestire più conversazioni contemporaneamente in comodi tab, di avere informazioni sull'utente in tempo reale (indirizzo IP, provenienza geografica, pagina da cui è arrivata la richiesta, conversazioni precedenti con lo stesso utente) e di portare avanti altre attività (l'avviso tramite notifiche desktop, compatibile con i browser di ultima generazione, è poco invasivo ed efficace).
Tra le features delle ultime release, la gestione delle "code" utenti con l'impostazione di livelli di priorità tra operatori e numero massimo di chat gestite.
Il tutto con le "classiche" funzioni di condivisione file, trasferimento di chiamata tra operatori e trascrizione della conversazione via email all'utente.

Per la sua flessibilità, nonché per la piena proprietà sul codice da parte di Sostanza®, LiveHelp® si può integrare con i sistemi aziendali e permette di ricavare dati fondamentali sull'efficienza del servizio offerto per delle statistiche avanzate.

Se volete sapere come un nostro cliente ha ridotto le chiamate inbound del 50% grazie a LiveHelp®... venite a trovarci, la partecipazione è gratuita

...Se non potete essere fisicamente presenti, durante la fiera potrete seguirci su Twitter (@Sostanza): vi aggiorneremo in tempo reale con foto e video dell'evento.


lunedì 3 febbraio 2014

10 anni di Facebook: moda o malattia?

Il 4 febbraio 2004 nasceva The Facebook, la prima versione della rete di condivisione di profili creata da Mark Zuckerberg all'interno dell'Universtità di Harvard.
Da allora il social network in blu (si dice che sia stato scelto come colore dominante perché Zuckerberg è daltonico) ne ha fatta di strada: superato il miliardo di iscritti (1 miliardo e 228 milioni di persone), quotato in borsa il 17 maggio 2012, disponibile in 52 lingue e 945 milioni di utenti attivi sugli smartphone.

A cosa è dovuto il successo di Facebook?


Al di là dell'aspetto di "moda" (voglio essere su Facebook perché i miei amici/parenti/conoscenti sono su Facebook), ci sono anche delle motivazioni più profonde secondo noi, che si rifanno al concetto di BISOGNO, così come espresso dallo psicologo americano Abraham Maslow nel 1954.

La piramide dei bisogni di Maslow

Semplificando molto, dopo aver soddisfatto i bisogni primari (nutrirsi, avere un riparo, dormire...), gli esseri umani tanto nella storia evolutiva, quanto nella crescita del singolo, sviluppano dei bisogni di accettazione e appartenenza al "gruppo" a cui Facebook risponde perfettamente. Su Facebook possiamo mantenere i contatti con persone lontane, aggiornare i nostri amici su quello che facciamo, ripercorrere i momenti condivisi insieme, e - perché no - esprimere il nostro apprezzamento nei confronti di prodotti, servizi e stili di vita, rassicurati dal numero dei "mi piace" che le pagine fan riescono a raccogliere.
Un esempio di questo senso di appartenenza sono i gruppi nati proprio in questi giorni per radunare persone che provengono da un paese o città, ("Sei di ----- se...."), veri e propri esempi di "memoria collettiva" in cui persone di diverse generazioni mettono in condivisione i propri ricordi legati alla realtà locale.

Pubblicare un aggiornamento di stato, una foto, un video e raccogliere il consenso delle persone a cui teniamo tramite i "mi piace" o i commenti, accresce la nostra autostima e ci fa sentire più riconosciuti (anche se spesso i contenuti che pubblichiamo nascondono ben altre realtà, come dimostra questo video ironico, "The reality behind that perfect couple on Facebook"):


Alcuni studiosi dell'università di Princeton hanno paragonato Facebook a una malattia e ne hanno previsto addirittura il momento della "guarigione", in cui gli utenti lo abbandoneranno come successe a MySpace, ormai quasi dimenticato: nel 2017 sul social network resteranno pochi fedelissimi, come quando passa l'infezione di una malattia.

Ironica e geniale la risposta di Facebook: basandosi sulla correlazione, anche l'interesse per l'università di Princeton sembra essere in declino...
Voi cosa ne pensate?

[update del 4.02: ecco il messaggio di Mark Zuckerberg e i suoi progetti per i prossimi 10 anni]

lunedì 16 dicembre 2013

7 Malintesi Comuni (e Pericolosi) sulla SEO

Di questi tempi, con i costanti aggiornamenti degli algoritmi ed i nuovi fattori che possono influenzare costantemente la ricerca, l’ottimizzazione dei motori di ricerca è un bersaglio sempre in movimento. Aggiungeteci l’infinita quantità di sfumature che circonda il posizionamento ed avrete creato una perfetta tempesta di malintesi ed associazioni errate.

Quel determinato fattore, colpisce realmente un posizionamento o lo influenza soltanto?
Quali sono le differenze fra Google+, i Google +1s e le Google Authorship quando si effettua una ricerca?
Quanto sono importanti le parole chiave e il punto in cui le inserisco?
Roba da far venire il mal di testa.
Questi sono alcuni tra gli argomenti più soggetti a malintesi che ho incontrato (e sperimentato di persona) imparando la SEO.

Qui sotto, troverete qualche chiarimento su tutti quegli aspetti confusionari della SEO che potrebbe aiutarvi ad ottimizzare i vostri sforzi di marketing per farvi strada nelle ricerche.

Malinteso #1: la SEO riguarda esclusivamente le parole chiave e i link.

Le parole chiave ed i link rivestono di certo un ruolo importante nella SEO, ma non sono gli unici fattori da considerare. Qualsiasi cosa, dall’ottimizzazione del vostro sito per il mobile alla viralità sociale del vostro contenuto, influenza il vostro posizionamento nella ricerca.

Con il rilascio dell’algoritmo Hummingbird [l'ultimo aggiornamento di Google che si concentra sulle ricerche semantiche; consigliamo l'articolo in italiano di Webinfermento, ndR] Google, al di là delle singole parole, sta ottenendo una più accurata interpretazione delle richieste, il che significa che posizionare le vostre parole chiave all’inizio del title potrebbe non essere così importante.

Rispecchiando il modo in cui le persone eseguono le ricerche, Google sta iniziando a vedere le query di ricerca all’interno del contesto delle frasi che le circondono – in qualche ricerca tenendo conto anche della località.


In un video pubblicato quest’estate, Matt Cutts di Google ha messo in evidenza il fatto che gli esperti di marketing, forse, si concentrano troppo sulla link building.
I link in entrata aiutano di certo il posizionamento, ma è meglio concentrarsi nel creare un tipo di contenuto che venga condiviso piuttosto che farsi largo spargendo links. Sempre più persone trovano i contenuti attraverso i social media, quindi è altrettanto importante ottimizzare il contenuto per la condivisione sociale.

In breve: la Ricerca è sempre più complessa, ci sono molti fattori che influenzano il posizionamento. La buona notizia è che questa complessità aggiunge sfumature ed un’interpretazione del contesto della persona che effettua la ricerca. Scrivete prima per le persone, in secondo luogo per i motori di ricerca.

Malinteso #2: Bing non è poi così importante.

Secondo la classifica stilata ad ottobre da comScore.com, ad Aprile 2013, negli Stati Uniti, il 18% delle ricerche sono state effettuate utilizzando Bing. E’ una cifra che è raddoppiata dal 2009.
Forse Bing potrebbe non essere pronto a surclassare Google come motore di ricerca più utilizzato, ma ci sono diversi dati da considerare.

Il rapporto fra Bing e Facebook

Ad inizio 2013 Facebook ha presentato la Graph Search e la sua partnership con Bing. La Graph Search permette alle persone di cercare luoghi e cose all’interno della loro portata social – ad esempio, “Ristoranti di Key West che piacciono ai miei amici”. Ma questa modalità non può gestire tutte le ricerche. Per quelle che non riesce a risolvere, viene utilizzato Bing di default.

Il rapporto fra Bing e Yahoo

Nel 2012, Bing è diventato il motore di ricerca su cui fanno affidamento le ricerche di Yahoo. Sempre dalla classifica di comScore.com, Yahoo copre l’11% della scena, unendolo a Bing, stiamo parlando quasi del 30% delle ricerche.

Nuove opportunità con Bing

L’algoritmo di Bing è leggermente più complesso di quello di Google e dà priorità a cose leggermente diverse, quindi se vi trovate in un ambiente competitivo ed avete problemi con Google, Bing potrebbe fornirvi nuove opportunità.

Dati sulle Parole Chiave da Bing

Come osservato poco fa, quest’anno Google ha iniziato a criptare le parole chiave utilizzate dai propri utenti, "tagliando le gambe" ai SEO che analizzano i dati sulle parole chiave. Bing invece fornisce ancora le parole chiave. Tutto ciò non influenza per niente il comportamento dell’utente ma fornisce molte più informazioni riguardo alle parole chiave utilizzate dagli utenti Bing durante le loro ricerche.

In breve: molto probabilmente il vostro approccio resterà focalizzato sull’ottimizzazione per Google, ma anche Bing sta muovendo i suoi passi. Partnership strategiche con Facebook e Yahoo, rendono questo motore di ricerca una notevole forza per alcuni operatori di marketing.

Malinteso #3: ‘Parola chiave (not provided)’ rappresenta la fine della SEO.

La mossa di Google di criptare le parole chiave sarebbe potuta essere la peggiore di sempre, se la SEO si fosse basata totalmente sulle parole chiave. Per fortuna, non è affatto così.

Al posto di concentrarvi sulle parole chiave che portano gli utenti al vostro sito, concentratevi sul contenuto. Per esempio, sarebbe meglio andare a vedere quali pagine del vostro sito hanno avuto maggiori visualizzazioni dalla ricerca organica (al di là delle parole chiave). Di cosa trattano quelle pagine?

Oppure potreste andare su Google e digitare alcune delle frasi per cui vorreste essere trovati. Come siete posizionati? Utilizzate il prossimo quarto d'ora per creare del contenuto utile e pertinente per quelle frasi, poi confrontate il vostro posizionamento rispetto al punto di riferimento originario. Siete riusciti a spostare l’ago della bilancia?

Inoltre, chiedete ai clienti cosa stavano cercando quando vi hanno trovato e concentratevi sulla condivisione dei vostri contenuti nei canali social.

In breve: la scelta di Google di criptare le parole chiave ha portato dei disagi, ma non è la fine del mondo. La SEO riguarda la creazione di contenuti rilevanti e condivisibili, quindi concentratevi su questo aspetto.

Malinteso #4: Ottengo molti link in entrata se linko il mio sito nei commenti.

Questa strategia sembra esser stata messa a tacere, ma ho pensato di includerla per precauzione.

I link in entrata al vostro sito sono voti di fiducia per i vostri contenuti e hanno un impatto positivo sul posizionamento della vostra pagina, ma questi andrebbero guadagnati. Lasciando link nella sezione "Commenti" di un blog non vi aiuterà in quell’intento. Molti blog hanno l’istruzione “no follow” incorporata nella propria sezione commenti per evitare lo spam. E’ proprio come sembra: l’istruzione “no follow” avvisa il crawler del motore di ricerca di ignorare ogni link presente nei commenti.

Non è di certo brutta cosa inserire, ogni tanto, un link ad un contenuto interessante nei commenti che lasciate. Infatti, se si tratta di un commento perspicace, potrebbe portarvi del traffico positivo – questo potrebbe non migliorare direttamente il vostro posizionamento. E vedete di non esagerare. “Avere un gran numero di link che arrivano dai commenti dei blog, potrebbe alzare bandiere rosse con Google”, spiega Matt Cutts.

In breve: Lasciate link nei commenti dei blog solo se hanno senso o permettono ai lettori di approfondire ciò che avete scritto nel commento. Non aspettatevi che questa strategia aiuti la SEO.

Malinteso #5: i tag h2, h3, h4... sono importanti per l’ottimizzazione on-page.

Ho trovato diverse opinioni a riguardo, quindi forse potrebbe essere una cosa da tener d’occhio, ma in generale, il consenso SEO sembra essere che per il posizionamento su Google, gli header tra l’H2 e l’H6 non siano poi così rilevanti. Hanno valore in termini di accessibilità, esperienza dell’utente e rafforzamento semantico, o del significato, o del contenuto della pagina, ma non aggiungono molto per la SEO. Il principale header tag (H1) ha sì valore per l’ottimizzazione ma, a detta degli esperti, anche quello sembra essere piuttosto limitato.

In breve: utilizzate sottotitoli per migliorare l’accessibilità del vostro sito e gli elementi semantici dell’HTML5. Mettete parole chiave nei vostri sottotitoli se questi aiutano il contenuto del messaggio, ma evitate elenchi infiniti di parole chiave.

Malinteso #6: Google +1s influenza direttamente la ricerca.

Ogni due anni, i professionisti di MOZ conducono uno studio scientifico per esaminare quali aspetti delle pagine sono associati alle posizioni più alte delle ricerche Google. Nei suoi studi più recenti, Moz ha presentato un’interessante conclusione. Quello che hanno trovato, spiega Cyrus Shepard di MOZ, è stato:

“Subito dopo la Page Authority, un gran numero di URL di Google +1 [i "pulsanti" +1 di Google che analogamente ai "mi piace" via Facebook permettono di fornire il proprio apprezzamento su una pagina web, ndR] è correlato al posizionamento, più d’ogni altro fattore. Infatti, la correlazione con i Google +1 batte qualsiasi altro fattore, inclusi i link diretti, le condivisioni su Facebook e qualsiasi utilizzo delle parole chiave”.


Una volta pubblicata, l’interpretazione di queste scoperte è sfociata in una credenza che i +1 di Google avrebbero portato automaticamente ai posizionamenti più alti della ricerca – un classico dibattito causa-effetto, ma che ha causato un certo scompiglio.

Con i retweet one-click e l’abitudine comune di parafrasare online, qualcuno iniziò ad interpretare questa scoperta come un segno che Google stesse realmente dando più credito alle pagine che avessero guadagnato più +1 di altre. Lo stesso Matt Cutts mette in chiaro che i Google +1 non portano direttamente nelle più alte posizioni, affermando:
“Se create del contenuto avvincente, le persone lo condivideranno, lo apprezzeranno. Ma questo non significa che Google sta usando questi aspetti nei nostri posizionamenti.  Spenderete molto meglio il vostro tempo creando dei grandi contenuti, piuttosto che andare a caccia di +1.”
Quindi cosa è importante? Dopo aver lavorato su qualche questione della discussione, Shepard aggiunse qualche precisazione al suo post originale, descrivendo Google+ più come una piattaforma che l’atto in sé di cliccare +1 su Google+. Spiega:
“E’ chiaro che Google non usa direttamente i numeri di +1 direttamente nei suoi algoritmi di ricerca, ma i post di Google+ hanno benefici SEO, a differenza di altre piattaforme sociali.”
Per esempio, notò Shepard, i contenuti di Google+ sono analizzati quasi immediatamente e, a differenza di Facebook e LinkedIn, i post di Google+ sono trattati come post di blog con un URL unico e dei title tags.

In breve: Postando su Google+ come piattoforma ha un valore per la ricerca, mentre cliccare +1 su un post apporta qualità al contenuto.

Malinteso #7: La Google Authorship porta migliori risultati

La risposta è no – o almeno, non ancora. Implementare l'Authorship significa aggiungere il tag Rel=Author  nei vostri contenuti linkando la vostra pagina Google+ al vostro blog.

Un’Authorship aiuta Google ad attribuire una tipologia di contenuti al proprio autore, che non si aggiunge al posizionamento di quel contenuto, ma FA SPICCARE il vostro contenuto nelle pagine dei risultati dei motori di ricerca, aggiungendo un’immagine al vostro risultato.

Nell’esempio sottostante, potete vedere che non sono il primo risultato della ricerca, ma grazie alla mia authorship, il mio risultato include un’immagine.


In un post nel nostro Insiders blog, scritto veramente bene, Gray MacKenzie ne riassume l'importanza:
“Il vostro scopo non è quello di posizionarvi solo per raggiungere le posizioni più alte – volete posizionarvi per dirigere più traffico di qualità al vostro sito. Un valore importante per la crescita del vostro traffico di ricerca è la vostra clickthrough rate (CTR). Quante persone che vedono il vostro link nella pagina dei risultati Google, cliccano realmente sul vostro sito? Una Google Authorship aggiunge una faccia ed un nome ai risultati di ricerca, aiutando a creare affidabilità, comunicando rilevanza, stabilendo credibilità e migliorando la CTR – in qualche caso fino al 150%.”
In breve: un’Authorship non incrementa la posizione (per ora), ma attira l’attenzione degli utenti ed aumenta i click al nostro sito, quindi dovreste farlo assolutamente.

Spero di avervi chiarito un po’ le idee. Dal momento che la SEO è una dimensione in continua evoluzione, potrebbe essere necessario rivedere questo argomento.

Articolo liberamente tradotto da "7 Common (and Dangerous) Misconceptions About SEO"
a cura di Meghan Keaney Anderson